Esplora il significato della verginità di Maria in una prospettiva biblica e storica, al di là delle tradizioni devozionali, riscoprendo la figura di Maria come donna libera e consapevole.
Una verginità durante il parto sottrae Maria alla normale fisiologia umana, nè è il caso di ritenerla conseguenza di un suo concepimento immacolato nel senso che essa sarebbe sfuggita al comune destino della donna come si può evincere da Gn 3,16c: sarebbe come dire che prima del peccato i serpenti avessero le zampe (Gn 3,14b). Una verginità dopo il parto incontra la maggiore difficoltà nel fatto che nei vangeli e altrove compaiano fratelli e sorelle di Gesù, definiti con i termini greci adelfos che significa fratello. Non si può confondere con cugini perché anepsios è il termine usato per designare questa parentela. Ma tralasciamo questo argomento che diventerebbe troppo ampio per poter essere trattato adesso.
La verginità quindi possiamo vederla non come rinuncia ai rapporti sessuali, ma come il vissuto di una donna libera di scegliere, di decidere e non sottomessa a nessuno in quanto diretta destinataria della Parola di Dio e sua interlocutrice. Quindi se pensiamo solo alla verginità come l'esclusione dell’atto sessuale per concepire, ricadiamo nel tentativo maschile e maschilista di ridurre la donna a un mezzo per soddisfare le proprie voglie ed esigenze, a uno strumento del suo predominio e legittimiamo di conseguenza la possibilità di ripudiare la donna quando si vuole, trattandola come un oggetto e non come essere umano libero.
Se analizziamo ora il “sono serva del Signore”, dobbiamo porre attenzione al termine servo che ai giorni nostri viene usato in modo dispregiativo per indicare uno schiavo, una schiava, un uomo o una donna di servizio, mentre all’epoca di Gesù identificava anche una persona investita di grande autorità e responsabilità, per esempio il ministro di un re.
“Avvenga di me” viene detto da Maria perché lei si fida ciecamente del suo Dio; ma ciò che fa scandalo e rovescia la concezione ebraica della Legge e dei profeti è che Maria dia nome al proprio figlio (Mt 1,21), che Maria dialoghi con Dio, che Maria non sia sottomessa a nessun uomo, neanche a Giuseppe, ma che decida consapevolmente di dire quel sì a Dio, come tutti noi siamo chiamati a fare. Rischiando così anche una possibile lapidazione.
La donna storica e biblica, Maria di Nazaret, non è la Maria delle immagini sacre e dei quadretti, delle statuette o delle fiabette, ma è quella donna che ha conosciuto i dolori e le esperienze di tutte le donne di questo mondo: la gravidanza, la maternità, la povertà, l'esclusione e l’esilio, l’angoscioso interrogativo su chi era diventato suo figlio e sulla sua attività come possiamo notare leggendo Mt 12,46; Mc 3,21 e infine la perdita del figlio… ma anche la risurrezione e la concretezza di essere una delle prime cristiane, discepole e credere al messaggio di amore del Figlio.
Impariamo a vedere questa donna come è realmente, impariamo a riscoprire questa figura biblica affinchè possiamo entrare in empatia con Maria: una donna che ha un figlio fuori dagli schemi, in una condizione familiare e sociale scandalosa per l’epoca (e per certi aspetti anche nel 2020), sulla cui realtà si interroga profondamente e forse angosciosamente (Lc 2,19.48-50); una donna come tutte quelle della sua epoca, ma anche della nostra, che ha infinite preoccupazioni per la gente che il figlio frequenta, che si vergogna nel sentirlo criticare, che gli raccomanda di non fare follie, una donna sofferente e coraggiosa che rimane comunque accanto ai loro figli per sostenerlo.
è quindi opportuno che Maria venga liberata dalle mille fantasticherie e attribuzioni che in questi secoli, sotto mostre di devozione, hanno in realtà oscurato la sua persona. Vediamola come una fanciulla che non rimane da sola con le sue angosce, ma condivide la sua esperienza e reca conforto a un’altra donna, Elisabetta, a sua volta protagonista di un evento straordinario per la sua vita. Entrambe si rallegrano dell’azione e della presenza di Dio e danno speranza con la concretezza della loro fede riportata dai vangeli a coloro che speranza non hanno; vediamola come una madre da cui prendere esempio, un sostegno nel comune discepolato, un’amica e sorella di tutti, una donna tra le donne, un essere umano che tra gli altri esseri umani ha affrontato le gioie e le difficoltà della vita di tutti i giorni.
++Stefano